Studium Faesulanum è un centro di ricerca, con sede a Vienna (Austria). La sua attività scientifica si articola da un lato nel censimento e nella valorizzazione del prezioso e vasto patrimonio memoriale della diocesi di Fiesole (Toscana), dall’altro nella pubblicazione di qualificati studi, prodotti di una compendiosa indagine critica della plurisecolare vicenda storica della stessa diocesi.
* * *
Il luogo in cui sorge ora Fiesole era abitato già in età paleolitica, ma la vetusta Faesulae inizia a fiorire propriamente in epoca etrusca (dal VI secolo a.C.). In questo periodo essa accresce la sua importanza grazie all’estrazione di pietra serena dalle sue cave, ma specialmente assume un ruolo determinante come centro di una scuola divinatoria sotto il collegio degli àuguri (etrusca disciplina), che aveva sede sulla collina dell’arce, in un tempio che, in epoca romana, sarebbe stato dedicato a Bacco.
Alleata di Roma, Fiesole ambisce comunque ad una totale autonomia e, nel 90 a.C., durante la cosiddetta Guerra Sociale, nota anche come Italiana o Marsica (91/88 a.C.) si ribella all’Urbe, ma viene conquistata e sottomessa da Lucio Porcio Catone. Pochi decenni dopo, il 1 marzo del 59 a.C., su territorio fiesolano (ager faesulanus), fra le sponde dell’Arno, dell’Affrico e del Mugnone, sorge la colonia romana Florentia (Firenze), dedicata a Marte e futura rivale e dominatrice di Fiesole.
L’arrivo dei romani arricchisce la città di monumenti fra cui spicca il celebre teatro (I secolo) di forma semicircolare, orientato non verso sud al bacino dell’Arno e Firenze ma verso nord e la valle del Mugnone, nel declivio fra le due colline che disegnano a est e ovest i confini della città.
*
Durante il cristianesimo Fiesole vanta, insieme a Roma, di una delle più antiche sedi vescovili (IV secolo) e di non pochi santi-vescovi, icasticamente esemplati nella figura di san Romolo, che la tradizione agiografica vuole inviato da san Pietro apostolo quale evangelizzatore della Tuscia. La prima cattedrale fu eretta fuori delle mura, a valle, sulla riva del Mugnone. Per i primi cristiani della diocesi, la città alta - sul “colle lunato” - simboleggiava l’antica Gerusalemme - beata dicta pacis visio -, come attesta l’intitolazione della prima chiesa urbana (nata nel VI secolo dalla trasformazione del tempio di Bacco, e oggi Sant’Alessandro) a San Pietro in Gerusalemme.
Nel corso dei primi secoli del cristianesimo, Fiesole è stata teatro di guerre e conquiste da parte delle più eterogenee popolazioni che si sono avvicendate in Italia: Visigoti, Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Franchi, Saraceni, Ungari. Con la discesa degli imperatori del Sacro Romano Impero la città assurse al rango di contea dell’impero (comitatus faesulanus), di cui i vescovi avrebbero detenuto, come noto, il titolo e la funzione di conti. Massimo esponente tra i vescovi-conti è Jacopo il Bavaro (1024-1038) - investito nella sua doppia funzione dall’imperatore Enrico II il santo - il quale, nel 1028, fece trasferire la cattedrale dalla sua primitiva sede suburbana ai pie’ del colle all’interno delle mura cittadine ove tuttora si trova. Al posto della prima cattedrale, il vescovo ordinò la costruzione di un’abbazia benedettina, presto chiamata Badia fiesolana. La presenza monastica si sarebbe attestata, a partire dal secolo X, come uno dei markers della vita ecclesiale della diocesi, nel cui territorio vide l’origine carismatica e conobbe un florido sviluppo la Congregazione benedettina di Vallombrosa. Esemplare di questa longue durée nella continuità tra il monachesimo altomedievale e l’esperienza congregazionale riformata vallombrosana è il cenobio di San Michele a Passignano, fondato dall’abate Sichelmo nell’890 e scenario poi, nel secolo XI, di alcuni tra i più rilevanti episodi dell’esperienza di Giovanni Gualberto, fondatore dei Vallombrosani, che proprio a Passignano avrebbe concluso la sua inquieta stagione terrena il 12 luglio del 1073.
La sovranità dei vescovi sulla città si protrasse fino al 1125, anno in cui Fiesole venne assediata ed inglobata dalla repubblica di Firenze. Con il nuovo assetto politico i vescovi perdettero il loro potere civile, furono costretti a cambiare la loro sede episcopale e, anche a causa della mediazione esercitata (1227/1235) da papa Gregorio IX, dovettero trasferirsi nella città del giglio. I vescovi avrebbero fatto ritorno a Fiesole, nella loro sede originaria, soltanto nel 1874.
*
Assoggettata ai fiorentini e ridotta a semplice borgo, Fiesole ed il colle dell’arce divennero ricettacolo di numerosi romiti ed eremiti di ambo i sessi. L’abbandono e l’isolamento in cui era caduta tutta la regione, spinse anche i primi letterati - fra cui i più conosciuti sono Dante Alighieri (1265-1321) e Giovanni Boccaccio (1313-1375) - a costruirsi, nei dintorni, una casa di campagna. A questa terra il Boccaccio dedica Il Ninfale fiesolano (1344-46), mentre nel suo Decamerone (1348-53) durante l’epidemia di peste a Firenze del 1348, anno in cui si svolge la trama del libro, le narratrici trovano rifugio in residenze nobiliari proprio presso Fiesole.
La città avrebbe conosciuto una rinascita alla soglia dell’età moderna, sotto il vessillo mediceo. Cosimo il Vecchio (1389-1464), Pater Patriae, si rivelò, infatti, un grande mecenate per i monaci della Badia Fiesolana, di cui ne ordinò la completa ristrutturazione secondo lo stile dell’epoca, e si distinse come mentore del beato Carlo dei conti Guidi del ramo di Montegranelli (1330-1417), fondatore dell’ordine degli Eremiti di San Girolamo a Fiesole. Accanto a quest’eremo Cosimo acquistò un terreno per farvi costruire un’abitazione. Su quello stesso appezzamento Giovanni de’Medici (1421-1463), figlio cadetto di Cosimo, fece edificare la ben nota Villa Medici.
Pur avendo perso la rilevanza politica dei secoli passati - o, forse, proprio in virtù di ciò -, Fiesole divenne il fulcro del più raffinato ed elevato rinascimento filosofico e filologico - che si espresse, tra gli altri, in Marsilio Ficino (1433-1499) e le sue traduzioni ed interpretazioni di Platone -, ed artistico, che contò il pittore Fra’ Giovanni di Fiesole (al secolo Guido di Pietro, 1387-1455), noto come il Beato Angelico (proveniente dal convento di San Domenico, beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1984), gli scultori Mino da Fiesole (1429-1484) e Benedetto da Maiano (1442-1497), nonché l’architetto e teorico Leon Battista Alberti (1404-1472) il quale in De re edificatoria (1450) formula il nuovo concetto di “villa” che conquisterà il mondo e che trova la prima manifestazione proprio a Fiesole nella già ricordata Villa Medici (1451/1458).
*
Da questa nuova concezione abitativa derivarono, fra molti altri, i due esempi più eccellenti e ragguardevoli del genere: il Palazzo Te (1524/1536) a Mantova ed il Neugebäude (1569/1579) di Vienna, dove questo concetto assume per la prima volta anche una valenza politica. Quest’ultima costruzione sorse su commissione dell’imperatore Massimiliano II (1527/1564-1576) quale palazzo dei quattro imperi. Attraverso l’architettura e l’amalgama plastico della rappresentazione di tre grandi imperi - il palazzo di Diocleziano a Spalato/Split, la capitale del Gran-khan dei Mongoli Karakorum, e le tende del sultano Solimano I il Magnifico (1494/1520-1566) che tentò il primo assedio di Vienna nel 1529 - che costituiscono la cifra concettuale del Neugebäude, si è voluto incarnare la continuazione dell’Impero Romano e, metaforicamente, mostrare la supremazia del Sacro Romano Impero sugli altri tre raffigurati, tramite una ricercata fastosità ed una raffinata magnificenza.
Oltre al Neugebäude di Vienna, in cui venne realizzata anche la prima ménagerie d’Europa, Massimiliano II ci ricollega alla storia della Toscana grazie alla strategia dinastica, attraverso le nozze (1565) della sorella Giovanna d’Austria (1547-1578) col duca Francesco I de’Medici (1541/1574-1587). Il legame tra questi due stati perdurerà per tre secoli, fino alla costituzione del regno d’Italia (1860). Per la circostanza dei desponsalia fu costruito, a Firenze, il “Corridoio Vasariano” che, dal Palazzo del Governo (oggi Palazzo Vecchio) passava per gli Uffizi, attraversava l’Arno sul Ponte Vecchio ed arrivava al “Palazzo di Residenza” (Palazzo Pitti). In quel corridoio, sopra gli Uffizi, Francesco I de’ Medici, grande collezionista, diventato granduca istituì la prima “galleria d’arte” del Rinascimento; da essa si poteva, inoltre, accedere al “Teatro Mediceo”, secondo teatro di corte europeo dopo quello di Ferrara (1531).
Questo connubio ha costituito, dunque, una feconda occasione per lo sviluppo delle arti in genere. Infatti, per lo sposalizio di Maria de’Medici (1575-1642), ultimogenita della coppia granducale, col re di Francia Enrico IV (1553/1589-1610), il 6 ottobre 1600, l’opera in musica avrebbe debuttato sulla scena teatrale e politica a Palazzo Pitti (Euridice, dramma musicale di Ottavio Rinuccini con musica di Jacopo Peri), una nuova forma drammatica nata dai tentativi sperimentali che la camerata di Giovanni de’Bardi (1534-1612) da anni stava compiendo in quel campo.
In ambito fiesolano l’opera fece il suo ingresso nel 1606 al Ninfeo di Camerata, luogo che prese il nome proprio delle riunioni della camerata del conte Bardi ivi tenute, e raggiunse il suo massimo splendore durante gli anni 1679-1710 nella villa di Pratolino, dove il Gran Principe Ferdinando de’Medici (1663-1713) fece allestire, nel 1697, un nuovo teatro.
*
Con la fine del governo dei Medici e l’ingresso dei Lorena nel 1737, i rapporti tra il granducato e l’impero si intensificarono, in particolare quando il nuovo granduca, Francesco III (1708/1737-1765), sposo di Maria Teresa d’Austria (1715/1740-1780) erede degli stati asburgici, nel 1745 divenne imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Francesco I, risiedendo a Vienna, capitale dell’impero. Il primogenito della coppia, Giuseppe (*1741), succedette al padre sul trono imperiale (1765-1790), il secondogenito, Pietro Leopoldo (*1747), sul trono granducale (1765-1790) per poi diventare imperatore del Sacro Romano Impero come Leopoldo II (1790-1792). Gli succedettero i suoi figli, i “fratelli reali di Toscana” Francesco e Ferdinando: il maggiore fu eletto ultimo imperatore del Sacro Romano Impero come Francesco II (1768/1792-1806; imperatore d’Austria 1804-1835), ed il secondo salì al trono di Toscana col nome di Ferdinando III (1769/1790-99, 1814-1824).
Con l’intento di perfezionare sistematicamente e a vicenda le proprie gallerie d’arte ed accrescere il legame culturale tra Vienna e Firenze, Francesco e Ferdinando, nel maggio del 1792, iniziarono uno scambio di quadri tra la Galleria Granducale di Firenze e quella Imperiale di Vienna, ‘affare’ famosissimo fra gli storici dell’arte. A Vienna sarebbero stati graditi maestri toscani del ’500 (Fra’ Bartolomeo, Sarto, Cigoli) e ’600 (Barocci, Cortona, Dolci, Furini, Passignano), mentre per Firenze erano previsti maestri del ’500 tra veneziani (Bellini, Giorgione, Palma vecchio e giovane, Tiziano, Tintoretto, Veronese), lombardi (Leonardo, Luini, Procaccini) e tedeschi (Dürer, Holbein) e del ’600 tra fiamminghi (Rubens, Van Dyck, Fyt, Snijders, Teniers) e bolognesi (Carracci, Cagnacci). Lo scopo di questo scambio, in linea generale, restava quello di riuscire a rappresentare, in ciascuna delle due gallerie, l’orbita su cui gravitavano gli stati asburgo-lorenesi. Il “baratto”, come allora fu chiamato, attraverso varie spedizioni che non sempre andarono a buon fine e furono interrotte completamente durante le guerre napoleoniche, si concluse non prima del 1821.
Dei 24 quadri spediti da Firenze sei tornarono alla sede, ed oggi si trovano nella galleria viennese 16 quadri (più uno a Parigi ed un altro a Grenoble), viceversa dei 31 dipinti mandati da Vienna a Firenze due non erano graditi (uno ora si trova a Lione), ed attualmente nella galleria fiorentina se ne trovano 28 (uno introvabile, probabilmente in Francia). Nella seconda spedizione da Firenze, selezionata proprio dallo stesso granduca, era inclusa anche una piccola tavola di Pietro Perugino, da poco nella collezione granducale: “la Madonna a sedere sopra un piedistallo quadro, ed ad ambo i Lati due Apostoli con sua cornice e venuto dal Vescovado di Fiesole 28. Ottobre 1786”.
Proprio in quel tempo anche Fiesole era divenuta un centro notevole del collezionismo grazie all’illustre figura del canonico Angelo Maria Bandini (1726-1803), le cui raccolte di testi e di opere d’arte furono visitate ed altamente elogiate dallo stesso granduca Ferdinando III.
Il Bandini, la cui opera meritoria non è stata ancora rivalutata nella giusta misura, almeno su un piano internazionale, era custode della Biblioteca Mediceo-Laurenziana, valente letterato e studioso che conta tra i primi eruditi nella diocesi. Fu il primo a compiere una vera e propria riscoperta del patrimonio artistico di Fiesole e, durante anni di ininterrotta ed intensa ricerca, poté mettere insieme un’opima silloge di antichi testi come pure una preziosa raccolta di oggetti e suppellettili d’arte. È lui che nel 1776 pubblica la prima “guida” alle ricchezze di Fiesole col titolo di Lettere XII. ad un amico nelle quali si ricerca, e s’illustra l’antica e moderna situazione della città di Fiesole e ſuoi contorni, dato ai torchi di Allegrini, Pisoni e Comp. “in occasione del solenne ingresso dell’Illustriss. e Reverendiss. Monsig. Ranieri Mancini Vescovo di quella Città seguito il dì XXVI. Maggio MDCCLXXVI”.
Il Bandini lasciò per testamento la sua biblioteca al Seminario Vescovile di Fiesole, dove si trova tuttora, e le sue collezioni d’arte al Capitolo della cattedrale di S. Romolo, che dopo più di un secolo riuscì a far costruire l’odierno Museo Bandini, a ridosso della cattedrale ed aperto al pubblico nel 1913.
Di fronte al museo, nel già ricordato Teatro Romano, a partire dal 1911 si costituì il primo “festival” in Italia – l’attuale Estate Fiesolana. L’inaugurazione avvenne con l’Edipo Re di Sofocle il 20 aprile, in ricordo del mese in cui gli antichi ateniesi celebravano le Grandi Dionisie (VII sec. a.C. – IV sec. d.C.) o Baccanali, fase embrionale di quello che oggi siamo soliti chiamare il “Teatro Europeo”. Nella splendida cornice del Teatro romano non avrebbe potuto quindi mancare l’opera lirica, che conobbe la sua migliore realizzazione nella stagione estiva del 1988 con il dramma giocoso di Lorenzo da Ponte (1749-1838) e musica di Wolfgang Amadé Mozart (1756-1791), Il dissoluto punito o sia Il D. Giovanni.
* * *
L’attività del centro viennese Studium Faesulanum si articola, perciò, secondo due indirizzi culturali, quello sacro e quello profano, che insieme costituiscono il corpus faesulanum:
- Corpus sacrum – vescovi, santi, beati, papi, sacerdoti, chiese cattedrali (Fiesole ne ebbe ben quattro), basiliche, pievi e pivieri, parrocchie, pellegrinaggi, oratori, ordini religiosi, opere, compagnie e confraternite, badie, monasteri, conventi, archivi, visite pastorali, bolle papali e diplomi imperiali e chi più ne ha più ne metta; tutto ciò, partendo dalle origini del cristianesimo con san Romolo primo vescovo e la costituzione di un vescovado per giungere, attraverso i secoli bui dell’alto medioevo, fino ai nostri giorni.
- Corpus profanum – Podestà, senatori, duchi, granduchi, re ed imperatori, studiosi, letterati, artisti; ville, corti, castelli, palazzi, teatri, musei, feste popolari, commedianti, spettacoli di prosa, di danza, e in musica.
Base per ogni ricerca del centro sono le centinaia di scritti di mons. Giuseppe Raspini (1908-2010) canonico del Capitolo della Cattedrale di S. Romolo che, nella sua lunghissima vita di storico ed archivista vescovile, ha studiato, esaminato e descritto l’intero percorso storico del complessivo territorio fiesolano. L’iniziale fase dell’attività di ricerca si incentrerà, tuttavia, come segnalato in apertura, nell’elaborazione e riedizione dell’opera omnia dell’emerito archivista, punto di partenza imprescindibile per ulteriori indagini a venire.
Oltre alla pubblicazione di un’autonoma collana, il centro si prefigge anche uno scopo di alta divulgazione e serrato confronto scientifico attraverso l’organizzazione di ciclici convegni e giornate di studio, così come intende promuovere ed incoraggiare innovative ricerche monografiche di giovani studiosi.